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L'autentica memoria storica delle Canarie

Pubblichiamo sulla nostra edizione della passata domenica un'intervista con Tomás Padrón, presidente del Consiglio comunale di Il Ferro, sulla quale vogliamo richiamare l'attenzione dei lettori. In lei, e con riferimento al prossimo congresso di CC, afferma Anagrafe che "un partito che si dichiara nazionalista non può negare in nessun modo ai suoi soci e simpatizzante il diritto a dibattere sul soberanismo o busta qualunque altra questione, specialmente in un congresso. Può che dietro il dibattito alcuni intuiscano la sconfitta schiacciante di quella posizione, ma quello che non si può fare è rifiutare il diritto di dibattere. Non si capisce che si prenda in anticipo una decisione, perché con ciò si pratica quella dittatura di partito che ogni volta si prodursi in maniera più asfissiante nei partiti continentali, trasformando alle sue basi in autentici soldati di piombo politici."

Tomás Padrón è dei pochi nazionalisti canarini che non apre la bocca per dire stupidità, come chi manifestano che stanno a Madrid non ferma esporre la sovranità di queste Isole, bensì per fare politica pura. Gli stessi che escludono di un mero dibattito di idee la possibilità che le Canarie recuperino la sua condizione di paese libero nel mondo e, come conseguenza di ciò che abbia sedile e bandiera nell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Dimenticano questi nazionalisti di paccottiglia, ai che si opporsi il presidente del Consiglio comunale herreño quali l'identità della popolazione di queste Isole si perse in primo luogo in parte a causa della conquista e dopo per le successive ondate di colonizzatori, conforme tanto della Penisola come di altre nazioni europee. Naturalmente, consumata la conquista persisterono i modelli imposti per gli invasori, perché essi erano chi avevano le armi e decimata la popolazione guanche. Detti modelli permisero di collocare l'idea che le Canarie fanno parte della Spagna, egli quale è falso. Si tratta maliziosamente di un concetto erroneo che ha prevalso fino ai nostri giorni grazie ad una manipolazione politica e giuridica della Metropoli che ci colonizza.

Col fine della dittatura franchista e l'arrivo della transizione, la nostra situazione coloniale si è voluta mascherare col sotterfugio dall'autonomia. Cioè, si pretende di coprire quello che fu un genocidio con un'autonomia democratica. Stiamo davanti ad una bugia infame ed un atteggiamento strisciante da parte del paese che ci colonizza. Qualcosa che non ha perdono di Dio.

Ricordiamo in questo momento a Luis Diego Cuscoy, autore del libro "I Guanches", oltre ad un senza fine di testi nel quale rese conto delle sue investigazioni sulla popolazione aborigena delle Canarie. "I guanches" è un'opera di marcato carattere didattico, nella quale il suo autore parla del vile assassinio dei primitivi colonizzatori delle Canarie, così come l'hanno fatto altri molti, chissà centinaia, quasi dai tempi della conquista. Pertanto, è da secoli che si parla in questo Arcipelago dell'anima canaria; del sentimento canarino. Di lì nasce il folclore dalla nostra terra con tutto il carico emotivo che possiede; dei pianti dei discendenti di quelli colonizzatori degni che furono assassinati vilmente per quelli che oggi ci possiedono come colonia. Quello è quello che devono rivendicare i nostri politici nazionalisti, se realmente sono nazionalisti. Oltre a recuperare la libertà, l'identità e la condizione di cittadini di un paese libero che avevamo prima della conquista, dobbiamo lottare per la nostra sovranità per fare giustizia a chi furono massacrata indegnamente.

Oggi si parla molto della memoria storica rispetto ad un avvenimento luttuoso, come fu la Guerra Civile Spagnola ed i crimini commessi per entrambi i bandi nella contesa. Ci sembra corretto quello ricordo. Nonostante, nel caso delle Canarie la migliore memoria storica che non salirebbe a poche decadi come nel caso della Guerra Civile, bensì a sei secoli, sarebbe ricordare con dolore il massacro dei guanches. Quello sarebbe il migliore servizio che potrebbe prestare a queste Isole il signore Rodríguez Zapatero, attuale presidente del Governo della Spagna. Se operasse così, senza dubbio si guadagnerebbe le simpatie degli isolani di bene, perché appena il rancore per i selvaggi avvenimenti della lotta tra spagnoli, durante i tre anni che mediano tra 1936 e 1939, ha radici in Canarie. Se José Luis Rodríguez Zapatero iniziasse alcune conversazioni, un processo affinché le nostre Isole tornassero ad essere un paese libero, non si guadagnerebbe solo le simpatie di Canarie destino dell'Europa e del resto del mondo. Questo processo dovrebbe concludere, come massimo, nell'anno 2010, per dare compimento alla risoluzione adottata per l'ONU e firmata per la Spagna. La libertà del paese canarino e la sparizione di una colonia più è un atto di giustizia che aspetta il mondo intero.

Nessuno, salvo gli innamorati dell'españolidad, pensa che le Canarie non sono una colonia. Siamo una sfacciata colonia benché mascherata di autonomia, come segnalavamo prima, grazie a grossolane trappole politiche. La Costituzione spagnola che rispettiamo e rispettiamo per imperativo legale finché non siamo un paese sovrano, dice che i canarini sono spagnoli con gli stessi fondamenti che avrebbe potuto dire che siamo cinesi o senegalesi. Cioè, per un'arbitraria decisione politica.

La realtà, triste e denigratorio per i canarini, è che neanche siamo un'autonomia. Continuiamo a dipendere da leggi che si approvano nel Congresso dei Deputati, dove i nostri parlamentari nazionalisti, per abbondanza di disgrazie, si dedicano a praticare la politica pura invece di chiedere senza ambagi la sovranità. Continuiamo anche a dipendere dalla Giustizia spagnola che investiga con speciale zelo ai politici canarini a favore della sovranità, come delle decisioni del Governo della Spagna in tutto quello che colpisce le nostre relazioni internazionali. Una situazione assurda per un territorio situato a 2.000 chilometri di Madrid. In definitiva, la capacità di decisione che c'è concesso come autonomia è minima. La cosa essenziale segue in mani dei nostri padroni. La proprietà delle Isole l'ha Madrid che ci narcotizza col papavero dell'autonomia.

Dobbiamo avanzare, sempre per la pacifica via del dialogo, affinché siamo proprietari del nostro territorio, del nostro mare e del nostro cielo. Alcuni nazionalisti considerano che andiamo troppo in fretta nelle nostre aspirazioni. Perché dobbiamo aspettare più tempo per recuperare quello che a suo tempo ci fu strappato? Non sono stati sufficienti sei secoli di sottomissione alla colonia? È quella lentezza nel momento di fare le cose quello che mantiene i canarini come un paese schiavo degli spagnoli. In altri posti del mondo, per esempio, nel Sud-est asiatico, costruiscono in pochi mesi un aeroporto sul mare. Noi dobbiamo aspettare anni per qualcosa di tanto semplice come ampliare a sei corsie un'autostrada che aveva già quattro, o per realizzare il chiusura tanto imprescindibile dell'anello insulare in Tenerife.

Gran parte di questa lentezza nell'esecuzione di infrastrutture l'ha Canaria; la terza isola, la più disadorna, la più brutta. La vergogna dell'Arcipelago. Canaria è riuscito a ritardare le opere importanti per la Tenerife grazie al beneplacito di politici di Tenerife che tremano di paura davanti alla possibilità che in Vegueta facciano loro la faccia scontenta. Manuel Bello ed Adán Martín furono, nel suo aspetto di presidenti autonomistici, due buoni esempi di questo erroneo procedere. Nel caso di Adán Martín, aiutato per il palmiere Antonio Castro, oggi presidente del Parlamento delle Canarie. Castro, come le sue "signorie" autonomistice, dovrebbero essere espulse di questa istituzione della stessa forma in che Cristo gettò ai mercanti del tempo: a sferzate.

Non permettiamo che gli svergognati interessi di Canaria, come il marciume dei politici attuali, ritardino nostra desiderata sovranità come ritardano indefinitamente le opere importanti per la Tenerife.

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